Le emozioni
Infatti una emozione molto forte come uno spavento, inciderebbe molto di più che tante piccole esperienze di sicurezza. Nell’esperienza in studio di psicologia clinica, parecchie persone con una vita lavorativa e affettiva nella norma, dichiarano di essere inadeguati nonostante l’evidenza (e questo non per gli standard di valutazione elevati), parimenti a volte l’autostima rimane bassa oppure alta, indipendentemente dall’esame di realtà conservato e dalle ripetute esperienze contrarie.
Il mondo emotivo si creerebbe dunque da esperienze affettive che si depositerebbero nella memoria indelebilmente, ciò che nessuno ha ancora chiarito è a partire da quando e quindi, implicitamente, quando interverrebbe la valutazione cosciente.
Esistono numerosi casi riportati in letteratura di pazienti con episodi traumatici avvenuti in epoche infantili (in cui la memoria, la cognizione e la coscienza sarebbero ancora in via di sviluppo) in cui di fatto risulterebbe impossibile recuperarne il ricordo (registrato comunque in modo indelebile), in quanto non leggibile (o se si vuole non compatibile) dalle nostre capacità di adulti.
Paul Ekman ipotizza che lo schema affettivo sia composto:
1) da un'insieme di sentinelle che compiono continue valutazioni ambientali al di sotto della coscienza,
2) da un pulsante o innesco dell'emozione,
3) da una forza e una modalità individuale/sociale nell'esperire tale affetto.
Se mentre un individuo cammina avverte un ostacolo che procede ad alta velocità, in maniera automatica prima si sposta (valutazione da parte delle sentinelle e l’innesco è dato da situazioni passate e quindi avvertite simile), e poi avrà la reazione emozionale (la cui forza dipende dall’esperienza individuale e sociale).
Quando la situazione è più complessa, come ad esempio una battuta inquietante del capo ufficio che verte su possibili problemi finanziari, ci vorrà più tempo per assegnare una categoria a uno stimolo che è relativamente giovane, a livello evoluzionistico, e quindi interverrà in modo massimo la valutazione cognitiva.
Ma la maggioranza dei problemi di gestione delle emozioni avviene perché una reazione spropositata insorge e viene avvertita tardivamente, e il controllo alle volte appare piuttosto difficile e complesso. (quindi le sentinelle avvertono, scatta l’innesco, e ci accorgiamo poi delle emozioni)
Lo schema affettivo composto da questi tre fattori, si appoggia su temi evoluzionisticamente importanti, come il fuggire da un predatore, l'essere attratti da una compagna o dal cibo e dal far rispettare la propria posizione di dominanza o il proprio territorio (quindi le riserve).
Quindi se mi arrabbio con un collega, il tema affettivo si appoggia sulla difesa delle proprie risorse, che in maniera culturalmente appresa può essere più o meno vicino in termini di forza e rapidità di esecuzione con il tema universale (a origine sì culturale, ma in senso evoluzionistico, alcuni autori ipotizzano uno canovaccio di base ereditato geneticamente).
A cosa servono le emozioni?
Tenendo conto dell'evoluzione umana, mi pare una buona ipotesi considerarle come il vero motore dello sviluppo della società. La grande capacità di immagazzinare le esperienze e di adattarle al motore originario (le emozione innate) piuttosto che il crearne di nuove (quelle imposte culturalmente come colpa o vergogna) è una proprietà segno di versatilità e adattamento.
In sintesi come le emozioni possono divenire un problema?
Dicevamo che sono composte da un pulsante, o innesco collegato a sentinelle, e da una modalità e forza.
Se un'esperienza è nuova, non esiste pulsante, e l'intervento della coscienza è alto per specificare la modalità e anche la forza.
Più un'esperienza è precoce, forte o ripetuta e maggiore sarà la forza dell'emozione, e più inconsapevole sarà il pulsante.
La ripetizione poi di eventi simili in contesti diversi può allargare le esperienze e gli stimoli che caratterizzano il pulsante.
Quanto alla persistenza delle emozioni dipende da una predisposizione individuale che sembra condivisa in generale da tutte le emozioni.
Cosa si può fare per migliorare o gestire gli stati affettivi problematici?
Per dare una risposta utile e sensata bisogna considerarne la natura duplice dell'innesco e della reazione.
Innanzitutto un lavoro di riconoscimento della propria storia può fare in modo che le esperienze ambigue non vengano inserite in una data categoria; quindi una lettura accurata degli eventi sociali può evitare che vadano a immagazzinarsi in una categoria affettiva problematica.
Per la gestione della modalità è necessario una volta comparsa impegnarsi mediante alcuni procedimenti (come la distrazione, o la gestione in solitudine, piuttosto che un condizionamento volontario) per cercare di modificare l'associazione e di interrompere la persistenza, che ricordo incide sulle informazioni che arrivano connotandole (se sono triste noterò ogni cosa che stimoli o che rientri in questa emozione e non vedrò informazioni contrastanti).
Infine per quanto riguarda l'innesco non ha assolutamente logica sottoporlo a elaborazione cosciente, in quanto è divenuto automatico e non soggiace al controllo della volontà; appare più importante un approccio comportamentale. Quindi è in sintesi necessario cercare di incidere sull'associazione stimolo-risposta e quindi con tecniche di puro condizionamento o desensibilizzazione.
Riassumendo in chiave psicologica è necessario conoscersi, poi utilizzare la valutazione cosciente e infine modificare il comportamento, non necessariamente in quest'ordine.
Quest'ultima considerazione dal mio modesto punto di vista spiega la complessità di un lavoro psicologico, ma anche il motivo di molti fallimenti delle discipline ortodosse e poco eclettiche.


