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Lo stato ansioso sostiene gli attacchi di panico, e non sono esattamente la stessa cosa, nonostante funzionalmente assolvano lo stesso ruolo difensivo negli esseri umani. Ma prima di scendere nel merito specifico, un breve passo indietro o una comparazione con il mondo animale può fornire chiarimenti e un buon insieme di elementi esplicativi. L'attivazione neurofisiologica negli animali nel momento di attivazione del comportamento di attacco-fuga è molto simile a quella dell'animale uomo.
L'attivazione permette di avere grandi risorse energetiche e una fisiologia adatta a compiere attività performanti al di fuori della normalità in caso di una minaccia all'esistenza. Quindi durante l'attivazione di tale risposta, composta principalmente dal rilascio dell'adrenalina (che possiede un picco di alcune decine di secondi), l'organismo alza il battito cardiaco per pompare una quantità maggiore di sangue (che contiene ossigeno), sposta il baricentro del corpo in avanti per essere pronto a muoversi velocemente, apre gli alveoli polmonari per arricchire il sangue di ossigeno, sospende l'attività gastrointestinale e sblocca l'urina considerata peso eccedente; se vi inseguisse un leone ringraziereste di avere un meccanismo così efficace. Quando invece non individuiamo chiaramente la causa del pericolo, non riuscendo a darne un'interpretazione, proprio lì nascono i problemi. I sintomi parlano chiaro: batticuore (innalzamento pressorio), fame d'aria (apertura alveoli), giramenti di testa (maggiore ossigeno non impiegato conduce alla sintomatologia dell'iperventilazione), perdita di equilibrio (siamo fermi ma con il baricentro da corsa), disturbi gastrointestinali (blocco della funzione digestiva ritenuta uno spreco energico) e sudore alle mani (alcuni studiosi sostengono che l'incremento fosse per facilitare la prensione o marcare il territorio); “ho qualcosa che non va” e sono in pericolo di vita (paura di morire). Il meccanismo di controllo di tale risposta risiede in una parte profonda e interna del cervello e la cosa interessante è che gli esseri umani apprendono, anche le risposte “sbagliate”. Quindi, vi è un'iniziale associazione stato emotiva-risposta panicale che, poi, in base alla diverse caratteristiche individuali di apprendimento delle persone subirà alcune modifiche: una generalizzazione, attacchi di panico dovunque, oppure sarà velocemente ancorata ad alcuni contesti tramite la discriminazione (macchina, folla, metropolitana), oppure ancora prima viene generalizzata e successivamente contestualizzata. Sebbene in molti casi la farmacoterapia aiuti a disinnescare l'associazione, in una larga fetta dei casi ciò non avviene per il semplice fatto che, a meno di non essere sedati per il resto della vita, non si interviene sulla base dell'attacco di panico ovvero l'ansia. La risposta adrenergica o panicale insorge grazie a un'ansia sottostante che metaforicamente abbassa l'intensità dello stimolo necessario a far innescare il comportamento di attacco-fuga. Infine la risposta panicale scatta sempre la prima volta per un pericolo percepito soggettivamente, può essere rilevante prenderlo in considerazione oppure può essere dimenticato o ancora irrilevante sia ai fini della cessazione del sintomo che della crescita personale. L'ansia è un potenziamento delle nostre capacità di utilizzare le risorse psicofisiche e nella mia esperienza clinica l'eccedenza è soggettivamente valutata. Nonostante sia stato deciso di creare una categoria diagnostica specifica per un'ansia generalizzata, l'ansia, a mio parere, è sempre una risposta a preoccupazioni o problemi, inoltre può divenire una caratteristiche costitutiva della persona mediante apprendimento o tratto con il perdurare dello stato. Tipicamente all'opposto della persona depressa, l'ansioso è preoccupato per gli eventi futuri e non riesce a dissociarsi dai pensieri e dagli stati emotivi connessi. Quindi un progetto terapeutico che voglia trattare definitivamente gli attacchi di panico, deve intervenire anche, come profilassi, sull'ansia sottostante, e in quest'ultimo caso è necessario insegnare, per permetterne una gestione, la capacità a dissociarsi temporaneamente dalle preoccupazioni e sviluppare l'orientamento a pianificare il proprio futuro. |