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La depressione è un'esperienza che appartiene agli esseri umani fin dall'origine della loro storia. Da sempre l'uomo si è confrontato con l'umore abbattuto, la mancanza di voglia di fare, la perdita di interesse, l'incapacità di tornare a essere come si era. La Bibbia e gli autori classici hanno raccontato della tristezza e del sentimento di incapacità ad affrontare gli eventi. Democrito nel V secoli A.C., attribuisce la depressione all'eccesso di bile nera, mentre della melanconia si iniziano a interessare medici e filosofi.
La malattia dell'anima e del corpo viene trattata inizialmente come malattia del corpo, tramite farmaci diuretici ed evacuanti (per espellere la bile nera). Nel medioevo la melanconia viene connotata in maniera maggiormente negativa, un disturbo che porta il sospetto della colpa, del vizio, e quindo una pena meritata; peccato e follia si fondono e confondono. Nel '600 Burton apre una via alla concezione psicologica della malattia e nel '700 la melanconia diventa parte della nosografia psichiatrica e neurologica. In questo periodo la melanconia diviene un disturbo a carico della materia nervosa; Kraepelin (1901) distingue una psicosi maniaco-depressiva da problematiche di natura costituzionale, come la nevrastenia.
La moderna configurazione della depressione sembra essere apparsa nell'Inghilterra del '600 e del '700, alcuni studiosi ritengono ciò sia dovuto alla sovrapposizione di taluni fattori: il cambio dell'educazione e la riduzione dei legami sociali. Ciò che della concezione medioevale permane è il senso di colpa. All'inizio dell'800 nasce un'altra lettura: irritazione, stanchezza e tristezza sono imputabili a due diverse irritazioni del sistema nervoso, una caratterizzata da stanchezza (astenica) e una da ipereccitabilità (estenica). La neurastenia (o esaurimento nervoso) diverrà più tardi contenitore di ogni possibile sintomo psichico e fisico. Anche in Italia le diagnosi subiscono l'evoluzione del tempo: tra il 1933 e il '37 ciò che è diagnosticato neurastenia diviene tra il 1937 e il '43 esaurimento nervoso che subito dopo si trasforma in psiconevrosi neurastenica e, poco dopo, magicamente in depressione. L'interpretazione neurastenica ha una concorrente nella interpretazione psicogena del disturbo depressivo, quest'ultimo vede idee e sentimenti che, senza una precisa sede somatica, influenzano la mente e il corpo. Il paziente non soffre per la materia esaurita, ma per i ricordi rimossi. Freud, insigne rappresentante di quest'ultima corrente, trattando la melanconia sostiene che “la rimozione degli impulsi non sembra generare angoscia, bensì depressione”. Ancora oggi è presente il contenzioso fra teorie psicogene e neurologiche che schiera la medicina e la psicoterapia, per il mercato della credibilità e del denaro. Nel dopoguerra il testimone passa dalla psichiatria seppur classificatoria della cultura tedesca al primato statunitense in cui non esiste margine per l'incertezza. Nel DSM (diagnostical and statistical manual) i nomi delle malattie contengono tutte le informazioni su causa, terapia e prognosi, un consenso universale su ciò che in realtà in una natura ambigua e variabile non esiste. Con l'avvento della psicofarmacologia negli anni 1950 si rendono disponibili ora, sostanza psicotrope che mostrano effetti lenitivi nei disturbi dell'umore e in alcuni disturbi del comportamento; l'efficacia di tali cure permette di affermare mediante una “prova terapeutica” che la forma morbosa è proprio una malattia. Ma l'esistenza di una larga fetta di pazienti che non rispondono in maniera soddisfacente alla terapia farmacologica documenta l'opportunità di valutare realisticamente il ruolo dei farmaci nella depressione. La depressione oggi è il collettore di tutto l'insieme delle difficoltà degli uomini; mentre le varie correnti della ricerca inseguono la causa primaria senza aver avuto molti riscontri, attualmente si assiste a un abuso di diagnosi di depressione: tutto ciò che prima era funzionale, quindi psicologico, sembra ora diagnosticato come di natura biochimica. Quello che è possibile affermare con sicurezza dalla ricerca psicologica è che l'insorgenza di un quadro depressivo è l'effetto della reazione del soggetto a qualcosa che si rompe nella sua vita. Spesso le depressioni sembrano essere esiti di disturbi d'ansia (attacchi di panico, disturbi fobici e ossessivi impedenti), ma anche di problemi relazionali, che limitano e impediscono la quotidianità. Tralasciando l'ottica psicodinamica classica, che ha certamente il gran merito di avere illustrato per prima le vicissitudini emotive delle persone, cercherò di fornire una descrizione coerente con le recenti scoperte e teorizzazioni. Attualmente, nella depressione sembra che siano passati in secondo piano i sintomi classici della perdita di gioia, del dolore morale e del senso di colpa rispetto all'ansia, indicando la tendenza all'inibizione e alla perdita di iniziativa (per reazione ai trattamenti o per ragioni culturali, o per entrambe). La caratteristica fondamentale della depressione si può ricondurre a due paradigmi: la rigidità e la rinuncia. La rigidità cognitiva e comportamentale in realtà non è una caratteristica specifica della depressione, ma di tutte le problematiche psicologiche, operativamente, può essere descritta come un'incapacità di adattamento o cambiamento, indipendentemente dal fatto che sia per mancanza di possibilità o di capacità. Mentre la rinuncia, è un tratto distintivo, è quella sensazione di immodificabilità delle cose, di impotenza, che porta all'inibizione e alimenta il circuito della mancanza di speranza. É sempre possibile rinvenire un evento che ha distrutto le credenze funzionali che permettevano alla persona di stare nel mondo, e mentre è inibita la possibilità di vedere una speranza per il futuro, risultano facilmente accessibili i ricordi degli errori e dei dispiaceri passati. Inoltre è possibile rinvenire un determinato quadro psicologico determinato da un pensiero globalizzante e da uno stato affettivo specifico persistente che altera l'interazione con l'ambiente. Quindi da una parte la problematica viene rinforzata dallo stato affettivo depressivo che permette di recuperare e registrate le memorie dolorose ma non quelle piacevoli, e dall'altra da un pensiero che afferma: “sarò sempre così...è inutile...non cambierà mai nulla...”. É possibile trattare la depressione e può essere d'aiuto nelle forme considerate principalmente “organiche” come profilassi. Da queste premesse risulta chiaro che l'obiettivo dovrebbe essere il dare speranza, ovvero permetter di costruire un futuro in parte sotto la propria gestione, modificare le credenze che sostengono la rinuncia e re-insegnare a considerare proprio tutti gli elementi, compresi quelli positivi, del vissuto psichico. |